EDUCAZIONE DI GENERE ( FIABE per bambini)

 

A scuola si educa al concetto di uguaglianza cercando di eliminare gli stereotipi discriminatori tra maschi e femmine fin dalla più tenera età. Spesso si svolgono lezioni in merito e si attuano anche di progetti. Questi interventi sono definiti “Educazione di genere”. Per gli alunni più giovani ho inventato una fiaba cercando di utilizzare un linguaggio simbolico adatto alla loro età per veicolare il concetto dell’uguaglianza e delle pari opportunità per le donne e gli uomini. Se a qualcuno dovesse piacere può utilizzarla nelle varie scuole senza fini di lucro e mantenendo il nome dell’autrice Tosca Pagliari.

Ecco una fiaba:

“IL PRINCIPE PIUMETTO E LA PRINCIPESSA MENUCCIA”

(FIABA di Tosca Pagliari)

 Nel fantastico bosco di Pariedispari vivevano i piùemeno. Erano una strana specie di folletti dove tutti i maschi indossavano magliette col segno più, cappucci celesti e pantaloncini, mentre tutte le femmine indossavano magliette col segno meno, cappucci rosa e  lunghe gonnelle. Questa era una legge che nessuno poteva cambiare.

Nel bosco di Pariedispari c’erano molti alberi con grandi chiome e al centro del bosco c’era un albero altissimo senza chioma a forma di torre . Era l’albero dei fanciulli, quando raggiungevano l’età dei sei anni venivano messi a crescere nell’albero-torre. Le “menucce” ,cioè le femmine, stavano in cima alla torre , i “piumetti”, cioè i maschi, stavano in basso alla base della torre. La scuola nell’albero-torre prevedeva lezioni differenti. Le menucce dovevano stare sedute tutto il giorno a cucire, ricamare, rammendare; solo ogni tanto potevano alzarsi per cucinare, stirare, ripulire. I piumetti potevano uscire dalla torre per andare a calciare le pigne, correre, combattere e persino cavalcare gli oniricanti, strani cavalli alati per sorvolare il bosco e arrivare fino al mondo dei sogni.

Per le menucce e per i piumetti la vita scorreva così, ma un giorno accadde una cosa strana. La regina dei piùemeno mise al mondo due gemelli: una menuccia ed un piumetto, ma dato che erano principi si differenziavano dagli altri perché il loro nome si scriveva con la lettera maiuscola. Così  Piumetto e Menuccia  crebbero insieme e divisero insieme le loro esperienze per sei anni. Il problema fu quando dovettero entrare nell’albero-torre. Piansero e si disperarono, ma come  tutti gli altri fanciulli dovettero accettare la loro sorte.

La principessina  Menuccia cuciva e piangeva non perché si pungeva con l’ago, ma perché le pungeva il cuore al pensiero di non poter correre per il bosco e volare su un oniricante.  Il principino Piumetto tirava calci  alle pigne e gridava di rabbia, non perché si faceva male ai piedi, ma perché avrebbe voluto una cucina tutta per sé dove lui era lo chef e  poteva inventare ogni giorno un dolce diverso.

Di questa stranezza se ne accorsero tutti e fortuna che erano figli della regina e del re, altrimenti li avrebbero portati a sperdere nella caverna scura per nasconderli agli occhi del mondo. Nessuno osava parlare chiaramente, ma tutti mormoravano. Allora il re e la regina decisero di fare arrivare un mago da lontano.

Mentre il mago era in viaggio, i principini combinarono un bel guaio. La principessa Menuccia decise di trasgredire agli ordini e scendere dall’albero torre, contemporaneamente  il principe Piumetto pensò anche lui di fare di testa sua e salire  verso la cima. Si incontrarono a metà scala, si abbracciarono pieni di gioia e, sempre contemporaneamente pensarono di scambiarsi i vestiti, (del resto erano gemelli e le loro menti stavano sempre in comunicazione).

Accadde che sulla cima dell’albero torre impartiva le lezioni una vecchia strega che si accorse subito del trucco e disse:

“Non m’importa se sei un principe, hai trasgredito alle regole e dovrai pagare per questo! Volevi fare le cose all’incontrario ed io ti punirò mettendoti all’incontrario!”

Così lo prese e lo legò con una corda e lo appese a testa in giù dalla più alta finestra dell’albero-torre.

Poi aggiunse: “ E così rimarrai finché l’aria sarà aria e la terra sarà terra!”.

Alla base dell’albero torre, impartiva le lezioni un vecchio stregone che si accorse anche lui del trucco e disse:

“ Anche se sei una principessa verrai punita! Ti farò spuntare le mani al posto dei piedi e i piedi al posto delle mani così non potrai né correre, né giocare, come era stabilito dalla legge per le menucce. E così rimarrai finché il fuoco sarà fuoco e l’acqua sarà acqua!”

Le giornate trascorrevano in modo terribile per il principe Piumetto e la principessa Menuccia, ma la notte potevano sognare e nel sogno s’incontravano. Il principe Piumetto sfornava un dolce dopo l’altro e la principessa Menuccia correva e calciava le pigne tirandole a segno dentro le buche.

Poi una notte, evocato dal sogno in comune arrivò Sognoesondesto. Questo era il più bell’ esemplare di oniricante che si fosse mai visto: era nero, morbido e lucido come il velluto e aveva lunghe ali di seta color argento. Sognoesondesto poteva fare ogni cosa. Iniziò a galoppare velocemente intorno al bosco, così velocemente che tutto roteava come i panni dentro una lavatrice quando fa la centrifuga. Roteando velocemente ogni cosà sembrò impazzita. Tutto si mescolò, si scaldò, bollì, evaporò così che l’acqua spense il fuoco e il fuoco si fece vapore e poi diventò acqua; un vento portentoso sparse la terra fino al cielo e invase l’aria così l’aria divenne terra e la terra divenne aria. E si ruppe l’incantesimo! Il principe Piumetto fu sciolto da quella terribile posizione e la principessa Menuccia riebbe mani e piedi al loro posto.

Intanto era arrivato anche il mago da lontano. C’era stato tanto perché aveva viaggiato col peso di un grosso libro. Era il suo libro delle magie dal lungo titolo “Pensa-rifletti-bene-che-a-tutti-conviene”. Al cospetto del re e della regina lo aprì e lesse la magia:

“Più e Meno,

ingiustizia e veleno

 piumetti e menucce

maschietti e femminucce

diversi di forma

uguali di norma

la norma è nella legge

la rispetti chi legge!”.

Con questa magia il bosco di Pariedispari divenne il bosco di Paripari  dove piumetti e menucce facevano quello che piaceva loro fare. Furono abolite le magliette col più e col meno e tutti indossarono una maglietta col segno uguale e per il resto si vestirono come più gli piaceva  vestirsi. La principessa Menuccia divenne una campionessa di calcio alla pigna e il principe Piumetto un grande cuoco. 

E vissero tutti uguali, felici e contenti.

(Tosca Pagliari 7 maggio 2016)

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Ecco un’altra nuova fiaba, anche questa può essere utilizzata senza fini di lucro e mantenendo la paternità (o si dovrebbe dire maternità?) di Tosca Pagliari.

“BECCHI ROSSI E BECCHI AZZURRI”

(FIABA di Tosca Pagliari)

Nel paese di Paperiquack vivevano paperotte tutte rosse chiamate becchi-rossi e paperotti tutti azzurri chiamati becchi-azzurri.

Le paperotte becchi-rossi stavano giorno e notte dentro il recinto ed erano sempre indaffarate avanti e indietro a cercare chicchi e granaglie varie, poi dovevano tenere sotto controllo i piccoli che scappavano di qua e di là e, quando sembrava che avessero finito, dovevano mettersi a covare le uova rosse e azzurre dalle quali poi nascevano altri becchi-rossi e becchi-azzurri.

I paperotti becchi-azzurri al mattino  uscivano dal recinto, sguazzavano la maggior parte del tempo nello stagno per pescare bacche acquatiche e molluschi; andavano anche a caccia di larve e insetti. Un po’ del cibo che si procuravano lo mangiavano loro, ma la maggior parte lo portavano nel recinto per sfamare  tutto il resto della famiglia e i pulcini tutte le sere li attendevano trepidanti.

Le paperotte becchi-rossi si lamentavano del loro faticoso lavoro dentro il recinto e avevano da ridire sul fatto che i becchi azzurri se la spassavano fuori dal recinto e potevano persino sguazzare nello stagno.

I paperotti becchi-azzurri dal canto loro si lamentavano pure perché le loro compagne becchi-rossi potevano starsene all’asciutto a giocare con i piccoli mentre loro dovevano passare tutto quel tempo in acqua e lontano dalla famiglia.

Una becco-rossa più impertinente andò da Becco-doro, sovrano dei paperi, e gli chiese:

_ Perché i becchi-azzurri sono privilegiati?

Ma, mentre Becco-doro stava per rispondere, sopraggiunse anche un becco-azzurro piuttosto arrabbiato che disse:

_ No, non siamo noi i privilegiati, ma loro coi becchi rossi! Noi poveri becchi-azzurri …

Becco-rosso non lo fece finire di parlare e gli balzò addosso ferendolo a beccate e, per difendersi, becco-azzurro si mise a dare beccate anche lui. Ci fu un bel parapiglia a colpi di becco, qua qua qua scatenati e piume che volavano in aria.

Il re, furibondo, chiamò le guardie e fece condurre i prigionieri nel pensatoio dicendo:

_ Starete lì dentro finché non avrete trovato una soluzione pacifica.

Il pensatoio era una gabbia sospesa in un pozzo umido e buio. Dopo tre giorni di pensatoio, becco-rosso e becco-azzurro avevano fatto la pace e avevano deciso di andare a consultare una fata per risolvere la questione. Così il re li liberò.

Becco-rosso e becco-azzurro si recarono dunque dalla fata Accorda-e-vinci e le raccontarono le loro ragioni. Dopo averli ascoltati la fata disse loro:

_ Portatemi tutte le vostre uova e troverò la soluzione.

Becco-rosso e becco-azzurro andarono e tornarono con ceste stracolme di tutte le loro uova e, attenti a non romperne neanche una, le depositarono davanti alla fata Accorda-e-vinci. Subito la fata agitò la bacchetta magica iniziò a dire:

“Bacchetta mia bacchetta

la legge sia perfetta

una volta per uno

non fa male a nessuno”.

Poi riconsegnò le uova al paperotto e alla paperotta che se ne tornarono a casa mogi mogi senza aver capito nulla e convinti che tutto fosse rimasto come prima.

Ma dopo una settimana le uova si schiusero e magia! E meraviglia delle meraviglie! Erano nati incantevoli pulcini tutti quanti di colore viola!  Emanavano anche una luce viola, che illuminando  becchi-rossi e  becchi-azzurri faceva diventare viola pure loro.

Così non ci fu più alcuna differenza e da allora in poi,  a turno, tutti si scambiarono i lavori e le responsabilità. Maschi e femmine diventarono bravi a saper fare ogni cosa e si davano pure il cambio a covare i bellissimi pulcini.

 Ancora oggi vivono tutti viola felici e contenti.

(Tosca Pagliari – 9 maggio 2016)

 

LA MAESTRA

La maestra:

porta, finestra

aula, banchi,

quaderni, fogli bianchi,

libri, diari,

materiali vari.

La maestra:

porta, finestra

registri, riunioni,

programmi, discussioni,

materia burocratica

da mettere in pratica.

La maestra:

porta, finestra;

porta del cuore finestra degli occhi

materia che senti e non tocchi.

Sguardi, movimenti,

parole, coinvolgimenti,

proteste, lamenti,

risate, indolenze, agitazioni

tristezze, paure, emozioni,

segreti, mancanze

distanze.

Toni bassi , toni alti

toni sovrastanti

ritmi incostanti.

La grammatica

la matematica

la geografia

e la storia

la pratica e la teoria

il contenuto e la grafia …

E la maestra

colpi di bisturi

con mano destra

con mano maldestra

con gesti tremanti, con gesti sicuri

colpi di bisturi

ad animi lievi

di allieve e allievi

solchi aperti da riempire domani

quando già saranno lontani.

E la maestra:

porta,

finestra

cos’è che poi importa

cos’è che poi  si apre

e che poi resta?

Quanto pesa dentro lo zaino la maestra?

E quanto insegna, quanto impara e quanto sbaglia

la maestra?

(Tosca Pagliari – aprile 2016)

 

 

 

 

 

 

 

MISCELLANEA di Raffaele Russo

CopertinaCon  “MISCELLANEA” di Raffaele Russo, tra prosa e poesia, la mente può compiere  quel viaggio della lettura che apre panorami di sentimenti, immagini, idee.

 

 

” Conosco Raffaele Russo attraverso i suoi scritti. L’ho incontrato per caso tra le pagine del web nel 2008, anno in cui, autrice esordiente, andavo a ricercare nei vari siti autori nuovi con cui interagire. Avevo aperto da poco anche un blog, su cui pubblico tutt’ora argomenti vari ed opere personali, e m’incamminavo in quella realtà virtuale con curiosità ed impegno. In una rubrica on line di libri scoprii “Una manciata di bristulini” di Raffaele Russo. Compresi che era il mio genere, acquistai  il libro e lo  lessi con entusiasmo. Ebbi, in seguito, modo di contattare l’autore su una rubrica on line e fu così che Raffaele Russo approdò sul mio blog, divenendo talmente assiduo da essere soprannominato “il guardiano del faro”.

Adesso è con grande emozione che mi accingo ad esprimere il mio pensiero in merito alla sua nuova opera “Miscellanea”.

L’opera si divide in più parti ed il lavoro inizia con una  prosa: “I luoghi della memoria” .

La descrizione di questi luoghi è così mirabile nella precisione dei dettagli da sembrare una sorta di raccolta fotografica del pensiero e, là dove s’intreccia con il ricordo dei fatti, diventa uno scrigno dell’animo che si apre per afferrare l’essenza dell’essere e si richiude presto per custodire il rispetto della memoria. E’ una prosa senza fronzoli  dove ogni parola è studiata e curata per dare armonia e chiarezza al contenuto. L’artista si fa artigiano e perfeziona scrupolosamente il prodotto del suo ingegno.  Non c’è alcun divagare, alcun elemento superfluo, è solo un guardare la vita a ritroso quasi con lo stupore del fanciullo che la scopre per la prima volta. La natura sembra conservare quel fascino primordiale del grande spirito che si manifesta con forme, colori, odori e suoni, ma che resta pur sempre un grande arcano, una meraviglia imperscrutabile, qualcosa di trascendentale e selvaggio al tempo stesso .

“Caleidoscopio” è una raccolta poetica varia ed intensa. Le immagini qui non sembrano più fotografate ma dipinte, sono pennellate di sentimenti , emozioni, riflessioni.  Lo stesso autore ne dispone alcune come quadri raggruppandole in trittici e polittici. Ogni poesia è un viaggio interiore, che si snoda in un percorso senza cronologia come pensieri che si accendono improvvisi senza limiti di spazio e di tempo. Lo stile è sempre raffinato, composto, colto e semplice al tempo stesso. Attraverso la musicalità delle parole il poeta  cerca un senso in ogni aspetto della vita.

In “Chiese” ritroviamo la prosa in uno spazio architettonico che diventa spazio dell’animo. Crepuscoli d’interni ed abbagli d’ esterni, giochi di luci ed ombre quasi metafore in una narrazione di vita tra il mistico e il profano. Sono chiese che da edificio si fanno grembo,  mentre i silenzi sono in grado di comunicare tra presenze umane e marmoree.  E’ un andar per chiese a scoprire l’arte e la spiritualità dei luoghi, ma soprattutto  a cercare la chiave di un grande mistero. Seguendo questi itinerari si ha la sensazione di un continuo entrare ed uscire in spazi reali e  in spazi mentali, in spazi tangibili e in spazi rarefatti dove l’essenza umana  resta sospesa in un ineluttabile esistere tra molte domande senza risposte .

In “Miscellanea”  si mescolano appunto le grandi capacità dell’autore che è la contempo scrittore, poeta, fotografo, pittore, scrutatore attento e sensibile dell’animo umano.” (Tosca Pagliari – commento presente anche nel suddetto libro).

 

Buona lettura e buon viaggio, giunti alla meta avrete voglia di partire di nuovo, del resto un buon libro non si legge mai una volta sola.

MADRE

 

Madre

i tuoi figli

li sputa il tuo ventre

e il mondo te l’ ingoia

mentre

ancora cerchi

di bimbi

gli echi

di gioia

nelle vuote stanze

tra nembi

di distanze

e nascondigli

di paure ladre.

(Tosca Pagliari – aprile 2016)

MATTINATA IN BLU

Tonfi di pietre

inghiottite dal mare

vocii di bimbi

che le lanciano in gare.

Il gabbiano sorvola

controlla

stride

imitando

l’infanzia che ride.

Il blu

è padrone del mondo

blu sconfinato

oltre il cielo

oltre il profondo

oltre il respiro

oltre il pensiero.

Mattinata in blu

da non dimenticare più.

(Tosca Pagliari – marzo 2016)

OVER BABEL (dedicata alla voce delle generazioni future)

OVER BABEL
perché noi parleremo molte lingue
e in molte lingue ci intenderemo.
Nessuna torre mai più crollerà
la nostra nuova torre il cielo toccherà
e poi ancora più su.
Perché noi parleremo molte lingue
e se ogni lingua porta pensieri alla mente
e sentimenti al cuore
noi avremo più pensieri e più sentimenti
OVER BABEL
perché noi parleremo molte lingue
e di tutte le parole di tutte lingue
ne faremo ricchezza d’idee
per trovare le soluzioni
alle cose sbagliate
per inventare
una storia nuova
la giusta storia dell’umanità.
OVER BABEL
perché noi parleremo molte lingue
e molte lingue
non saranno più un suono indistinto
ma musica, soltanto musica
un coro universale
un’armonia di pace.
(Tosca Pagliari – febbraio 2016)

OVER BABEL
Because we will talk many languages
and we will understand each other in many languages.
No tower will ever fall down again
Our new tower will touch the sky
And then it will go even further.

Because we will talk many languages
And every language will bring thoughts to the mind
And feelings to the heart
We will have more thoughts and feelings

OVER BABEL
Because we will talk many languages
And for every language
we will grow rich of ideas
to find solutions
for the wrong things
to make up a new story
the right History of humanity.

OVER BABEL
Because we will talk many languages
And many languages
Will not be an indistinct sound
But music, only music
An universal choir
Of harmony and peace.

(Tosca Pagliari – February 2016)

IN MILLE MODI CI SONO I PAPA’ (poesia per bambini- festa del papà)

Ogni bambino e bambina ha un papà
proprio ognuno ce l’ha.
Ci sono papà ogni giorno accanto
ci sono papà che mancano tanto
ci sono papà vicini e papà lontani
papà che scaldano le mani
papà che scaldano i pensieri
papà che guidano per lunghi sentieri
papà che accompagnano per pochi passi
papà che guardano da una stella lassù
un bambino o una bambina che gioca quaggiù.
Ci sono papà per nascere
e papà per crescere
ci sono papà che insegnano
papà che comprendono, papà che aiutano
papà che perdonano
papà che danno
tutto quel che hanno.
In mille modi ci sono i papà
ogni bambino e bambina ce l’ha
e per sempre lo terrà.
Ogni bambino e bambina ce l’ha nel cuore
ce l’ha nei tratti del proprio viso
nel colore della propria pelle
nell’ esperienze che ha condiviso
nei sogni delle notti più belle
nella felicità di un sorriso
perché un papà
ogni bambino e bambina ce l’ha
e in qualche modo per sempre lo terrà.

(Tosca Pagliari – marzo 2016)

IL GRIDO

Il grido alla nascita
è uno schianto
un’energia cosmica
e rimane
ti segue
ti appartiene
sospeso
su di te
in ogni istante
per ricaricarti
per proteggerti
per innalzarti
tutte le volte
che respiri
la collera
e la paura
tutte le volte
che sei viva
e vuoi restarlo
al di là
di tutte
le angosce
e lo spavento
di quel tuo stesso grido.
(Tosca Pagliari -marzo 2016)

LE ALI

Ognuno nasce dotato di ali

e può riuscire a volare

oltre il pianto

la pena di vivere

la precarietà

del tempo

che va.

Sono ali

tessute di  nulla

sono ali pronte a tutto.

Le devi solo riconoscere

e comprendere per quale volo

sono state confezionate e poi donate.

Donate a te, a me, a tutti

sicchè vivere è pena

e gioia e speranza

di ognuno.

Io ebbi ali

prima di carta

e d’inchiostro, poi

di tasti e battiti sempre

più lievi, più fluidi, più lontani.

Io ebbi ali di gabbiano e di farfalla

d’aquila e di gufo e di colibrì

ali grandi, ali minuscole

ali di giorno, ali di notte,

ma ali leggere.

Ali di parole

ali lievi e variopinte

per volare oltre la pena

oltre lo schianto della paura

oltre l’abisso della solitudine

oltre il baratro dell’incomprensione.

Io ebbi ali per sorvolare sul pianto

ed atterrarre sul sorriso

ebbi ali per scrivere

e scelsi a volte

l’ironia.

(Tosca Pagliari- marzo 2016)

 

PERFETTI SCONOSCIUTI ( recensione del film dal mio punto di vista)

Oggi 29 febbraio: un giorno in più da sfruttare al meglio.

Beh, non lo so se sarà il meglio, ma mi voglio cimentare in qualcosa di nuovo. Scriverò per la prima volta la recensione di un film. Di recensioni di libri  ne ho scritte diverse, ma di film mai. Ebbene scelgo il più recente che ho visto: “Perfetti sconosciuti”.

A visione conclusa ho realizzato che dal punto di vista commerciale è un film senz’altro ben congegnato: economia di produzione e molto richiamo d’incasso. Pochi e bravi attori, una casa come location, quasi come stare a teatro. Ma la bravura degli attori e la tessitura della trama fanno sì che neanche te ne accorgi di una scenografia limitata, l’inquietante retroscena della  vita privata dei protagosti assorbe lo spettatore in maniera intensa ed esilerante.

Di risate me ne sono fatte tante, proprio tante, di quelle che lasciano le lacrime agli occhi, le mascelle contratte e in bocca un retrogusto un po’acido d’una salsa in agrodolce pensando che magari sono cose che succedono davvero, molto più di quel che s’immagini.

Il telefono cellulare è l’attore principale, è ciò che viene definito in una battuta “la scatola nera della nostra vita”. Lo definirei pure la “cartina di tornasole dei falsi perbenismi”.

Nessuno in sostanza è un’anima candida, nessun rapporto di coppia ha come base reciproca fedeltà e comprensione, ma è tutto un giocare d’intrallazzo in famiglia e tra gli amici. La morale comune si dissolve in moralismi di facciata. Tra tutte le coppie che sono “scoppiate” in sordina, l’omossessualità  quasi si rivela come l’ultima onesta normalità, anche se smaschera pur sempre una forte intolleranza.

E finchè, nel susseguirsi degli eventi pareva che i protagonisti riuscissero a svelare, mediante il gioco della famigerata “scatola nera”, gli anfratti reconditi del loro essere con relative tragicomiche conseguenze, fin qui pareva ancora di respirare. Pareva ci fosse un riscatto, una voglia di mettere le cose in chiaro a qualunque costo. Poi invece il finale sorprende poichè  rivela che era tutto frutto dell’immaginazione, i giochi loschi continuavano di soppiatto insieme ai baci ed ai sorrisi ipocriti, nulla di chiarificatorio c’era mai stato. Permane la filosofia del “fare finta per quieto vivere”, o peggio ancora si ha l’impressione che sia l’unica filosofia possibile per evitare la catastrofe, per poter sopravvivere in qualche modo.

Ecco, è stato allora, mentre mi alzavo per andare via, mentre scostavo le tende della sala da proiezione ancora buia e mi abbagliava la luce della sala d’ingresso, con la folla che faceva ressa per uscire da una parte più quella per entrare dall’altra parte,è stato proprio allora che mi è venuta una sorta di  mal di mare. O forse una sorta di perdita di ricognizione, quel senso di vuoto e di vertigine che assale nel trovarsi di fronte a qualcosa abituati a vederla in una proporzione e poi riscoprirsela di fronte in un’altra. Poche volte avevo sperimentato questa sensazione in vita mia;da ragazza ciò mi succedeva  quando le opere d’arte, troppo a lungo osservate in piccole immagini sui libri o sulle cartoline, poi me le ritrovavo davanti in tutta la loro gigantesca forma. Oppure quando all’incontrario avevo visto bellezze architettoniche nelle loro reali misure e poi le avevo incontrate miniaturizzate in qualche parco d’attrazione turistica. Ora, in questo caso, l’essere vissuta con l’idea d’una misura di una morale e rivedermi il tutto ridimensionato, mi ha fatto girare  la testa.

Poi prima di addormentarmi,mi sono chiesta: “Ma dove stiamo andando?” “Ma che stiamo andando a fare?”

Stranamente il logorio della domanda non mi ha tolto il sonno, anzi sono crollata di colpo verso la salvezza dell’oblio.

Adesso sono qui che scrivo, che ho scritto, che non so neanche se ho spiegato bene quel che volevo dire e mi accorgo che tutto sta nel titolo del film. “Perfetti sconosciuti” non sono solo le persone tra di loro, anche le più intime, perfetti sconosciuti sono tutti gli scenari futuri delle relazioni umane dove ognuno forse, mi auguro tanto di sbagliarmi, sarà una monade, un essere compiuto in se stesso e gli altri saranno solo ornamenti o giocattoli del proprio vivere.

La specie umana si è evoluta nei millenni via via che sono avvenuti cambiamenti nell’ambiente circostante. Si era arrivati alla grande svolta dell’homo sapiens sapiens, ma il cammino è andato avanti  e ora siamo all’homo “tecnologicus” (mah!), che può fare largo uso della tecnologia anche per rinunciare al concetto di pathos e vedere tutto come qualcosa di banalmente e freddamente ludico.

Ma se un videogioco ti concede tante vite per poter riprovare e rimediare, la vita vera è una soltanto scandita dalla semplice quotidianità. O pensano di potersene inventare altre ancora di scorta? Chissà magari c’è già pronta qualche” app” da scaricare!